UNITALK, la parola ai Presidi: Intervista al Prof. Mario Morcellini, Preside Facoltà di Scienze della Comunicazione
SOUL, in collaborazione con la "Repubblica degli Stagisti"(http://www.repubblicadeglistagisti.it/ ), propone "UNITALK".
Ogni settimana un colloquio con Presidi, Professori e/o Ricercatori per capire meglio il sistema universitario italiano in relazione al mondo del lavoro. Una panoramica utile per tutti gli studenti, laureandi e laureati in cerca di informazioni.
Intervista al prof. Mario Morcellini- Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione
Di cosa parliamo quando diciamo “precarietà”?
C'è una citazione che noi facciamo sempre “Sento parlar bene del lavoro flessibile ma tutte quelli che me ne parlano hanno il posto fisso”. Ovviamente che la flessibilità sia un rimedio in momenti di crisi del mercato del lavoro è quasi scontato ed anche difficile non considerarlo un'ovvietà. Se è una terapia per il mercato del lavoro ciò dovrebbe implicare che sia una misura congiunturale, se è un antidoto alla crisi e la crisi non può essere eterna, significa che serve un'altra strategia per affrontare il mercato del lavoro.
Quando diventa precarietà? Quando i soggetti la vivono come tale. Non necessariamente per colpa della società, possono entrare in gioco fattori psicologici legati ad un'incapacità di mettersi in movimento, di crearsi un percorso lavorativo, oppure diventa precarietà quando la società chiude le porte ai giovani, che forse è il tempo che stiamo vivendo. Questa non è una società per giovani, bisogna ammetterlo con dura fermezza, lo devono ammettere soprattutto quelli che hanno un lavoro stabile e i docenti universitari perché sono quelli che più crudamente vedono le conseguenze disastrose del rigonfiamento eccessivo della precarietà. La precarietà è più importante quella percepita che quella reale. C'è una precarietà percepita che è quasi più sconvolgente di quella reale, non che quella reale sia uno scherzo ma quella percepita è ancora più rigonfiata e probabilmente tutto questo si traduce anche in un indebolimento psicologico e morale della formazione universitaria.
Quanto effettivamente le “conoscenze” e il capitale sociale contano per un buon inserimento e una buona realizzazione in ambito professionale?
Moltissimo, e questa è la prova di quanto l'università andrebbe fatta seriamente. Quando proviamo a dirlo ai nostri studenti sembra sempre un discorso pedagogico mentre è un discorso economicamente competitivo. Il modo in cui ti metti in gioco educa la tua performance ed educa la tua capacità di relazione. Quindi, da un lato la formazione dall'altro una cultura della crisi e da questo punto di vista noi dovremmo fare qualcosa di più con dei seminari di analisi del mercato del lavoro perchè la crisi può comportare depressione del sistema ma anche chance straordinarie. Il numero di persone che si inventano lavori è una risorsa straordinaria. Gli adulti di oggi non sarebbero stati in grado di fare la stessa cosa, questo è un aspetto di differenza straordinaria. I governi che si sono alternati hanno quasi sempre affermato che l'università non è in grado di preparare i giovani al mercato del lavoro ma questo è vero solo in parte. Rispetto al passato l'università si è adeguata molto di più alla crisi del mercato del lavoro però non è giusto che noi la consideriamo scontata.
La mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica che tipo di cambiamento possono generare nei giovani neolaureati?
Alcuni esiti possibili sono la sottovalutazione della propria forza contrattuale che comporta l'accontentasi del primo lavoro che si trova purché si guadagni qualcosa. Questa è la tendenza soprattutto degli studenti iscritti al primo anno di università, ci si accorge, in un secondo momento che non conviene prendere il primo treno che capita. In momenti di crisi si rischia di pensare che il primo treno sia anche l'unico e quindi ci si accontenta. Capita sempre più spesso che persone che hanno avuto anche occasioni professionali importanti ad un certo punto cambino per rimettersi in gioco. Questo lo vedo in molti laureati in comunicazione, giovani che avevano avuto contratti definitivi ma che non essendo gratificati dal lavoro, coraggiosamente cambiano. Questo significa che è stato un errore accettare di prendere il primo treno, anche se ritengo che le esperienze siano sempre educative. Prima tu, hai citato il concetto di capitale sociale, che come sai, è uno dei concetti più ricchi della sociologia moderna ed aperto ad altri saperi come l'economia, è certamente una risorsa selettiva in tempo di crisi. Noi sappiamo che uno degli elementi che indebolisce la trasparenza del mercato del lavoro è l'assenza di corretta informazione. Una parte della crisi è una crisi di comunicazione, questo deficit è legato ad alcune circostanze come ad esempio i meccanismi provinciali o ultra tradizionali di acquisizione di informazioni sul mercato del lavoro. I giovani italiani tendono, in alcuni casi, a delegare alla famiglia la gestione delle informazioni sul lavoro, questo è raccapricciante, e qui noi abbiamo delle responsabilità come paese. Il familismo, quasi mafioso, è un'interdizione allo sviluppo dei ragazzi e questo si vede anche nei casi in cui giovani mandano i genitori a parlare con il professore e questa è già una prova di debolezza del figlio, a volte i genitori non si rendono conto del danno che fanno. Quindi il capitale culturale è fondamentale perché reagisce al capitale familistico che è dissipazione. La modernità comporta l'invenzione di nuovi lavori attraverso una forte spinta imprenditoriale, la capacità energetica dei soggetti, però, rimane difficile da raccontare. Non essendoci un supplemento di comunicazione efficace viene meno la funzione terapeutica nel mercato del lavoro che invece potrebbe avere. Una buona comunicazione fa risparmiare tempo ed impegno della ricerca di un'occupazione.
Qual'è, secondo lei, il contributo ed il ruolo che l'università deve assumersi per avvicinare i propri laureati al mondo del lavoro?
L'università deve riuscire di più a far capire qual'è la capacità di placement dei curricula e su questo è fondamentale la diffusione del manifesto degli studi. Una facoltà che non mette l'analisi degli sbocchi lavorativi nel manifesto degli studi è una facoltà che ha qualcosa di cui vergognarsi.
Il primo problema è di integrazione comunicativa; l'università ha il dovere di chiarire prima le possibilità di inserimento lavorativo delle facoltà.
Secondo elemento: durante il corso di studi ci devono essere più possibilità di fare esperienze lavorative.
Terzo elemento: devono essere potenziate le politiche di accompagnamento verso il mondo del lavoro, SOUL(Sistema Orientamento Università Lavoro) è una di queste. In generale la cultura dell'università deve essere più sensibile, abbiamo pensato di fare dei kit di aggiornamento culturale dei laureati ogni due anni, questa è la funzione dell'università. Il suo compito è quello di formare, di ridurre le distanze.
Conosce il sistema SOUL?
Mi pare un'iniziativa coraggiosa e anche molto innovativa, funziona se ha una grande approvazione dai vertici dell'università e se non viene percepita come una cosa fatta contro.
Una svolta culturale importante del sistema SOUL è l'essere riuscito a fare rete. Mi pare che un punto di crisi sia ancora il rapporto con le singole facoltà, forse è un rapporto troppo protocollare ed invece dovrebbe essere legato di più alle storie delle persone.
Qual'è il ruolo che internet può ricoprire per mettere in contatto i laureati con le aziende?
Internet è un grande riduttore delle distanze. Ci sono due patologie che rendono il mercato del lavoro difficilmente accessibile: uno è la difficoltà comunicativa, e l'altra è il fatto che è oggettivamente difficile la comunicazione dei lavori strani. In questi due casi internet può fare la differenza perché il generalismo non ha la cultura e non ha gli strumenti per raccontare il lavoro che cambia e questo si vede chiaramente nonostante i generosi tentativi di alcuni programmi come “Okkupati” però si vede che sono cose stagionali.
Mi pare di aver visto una diminuzione di interesse invece nel generalismo sarebbe importante avere una tribuna aperta sul lavoro ma certo questo non basta. L'affinamento delle specificità e dell'eccentricità del mercato del lavoro lo può fare solo la rete perché è il mezzo più individualistico e quindi ecco dov'è che internet può essere decisivo, è un riduttore di distanze e anche una specie di facilitatore dell'accesso.
Eleonora Rossi
con la collaborazione di Eleonora Voltolina
L'intervista, in versione sintetica, è pubblicata sul sito: http://www.repubblicadeglistagisti.it/
Tutte le interviste pubblicate sono raccolte nella PRESS AREA - APPROFONDIMENTI
28/09/2009
